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Come osserva Max Weber, uno dei massimi studiosi moderni del fenomeno urbano: “tutte le città hanno in comune questo soltanto: che ciascuna è sempre un insediamento circoscritto almeno relativamente”. (M. WEBER, La città, Milano, 1950, pp. 15-17).

 

La città di Max Weber

(M. WEBER, La città, Milano, 1950, pp. 15-17).

 

Si può tentare di definire la città in modo assai diverso. Tutte le città hanno in comune questo soltanto: che ciascuna è sempre un insediamento circoscritto, almeno relativamente; è una borgata, non una o più abitazioni isolate. Anzi, nella città (ma certamente non solo in questa) le case sono disposte di solito particolarmente vicine l’una all’altra e oggi si costruiscono di regola muro a muro. L’idea corrente annette alla parola «città», oltre a questa caratteristica, dei contrassegni meramente quantitativi: essa è una grossa «borgata». Tale caratteristica non è di per sé poco precisa. Ciò significherebbe, dal punto di vista sociologico: una borgata, ossia un insediamento in case strettamente confinanti, le quali costituiscono un centro abitato compatto e così esteso, che vi manca la conoscenza personale e reciproca degli abitanti, caratteristica del vicinato. Di conseguenza, solo le borgate piuttosto estese sarebbero delle città e l’estensione per cui ha inizio tale distinzione dipende dalle condizioni generali di civilizzazione. Quelle borgate che nel passato avevano il carattere legale di città, non avevano nella maggior parte dei casi questa caratteristica. E vi sono oggi dei «villaggi» in Russia che, pur contando migliaia di abitanti, sono assai più grandi di parecchie vecchie «città» (ad es. nella regione degli insediamenti polacchi del nostro oriente), che comprendono solo poche centinaia di abitanti. La sola estensione non può decidere in ogni caso. Se si cerca di definire la città dal punto di vista meramente economico, sarebbe un insediamento nel quale gli abitanti vivono prevalentemente non di proventi di attività agricole, bensì di redditi industriali e commerciali. Non sarebbe però conveniente chiamare «città» tutte le borgate di questa specie. Quelle specie di insediamenti, costituiti da membri d’una schiatta con una sola attività industriale trasmessa di fatto per eredità – i «villaggi industriali» dell’Asia e della Russia – non potranno classificarsi sotto il concetto di «città». Quale ulteriore caratteristica ci sarebbe da aggiungere quella di una certa «varietà» delle industrie esercite. Ma anche questa non sembra per se stessa adatta per costituire da sola una caratteristica decisiva. La città può di massima avere origine in duplice modo. E precisamente: a) sia con l’esistenza della sede di una signoria, soprattutto di un principato, quale centro, per le cui occorrenze economiche e politiche si esercitano industrie con specializzazione della produzione e si acquistano merci. Ma non si usa chiamare «città» la dimora (oikos) d’un signorotto o d’un principe con un insediamento di artigiani e piccoli commercianti soggetti al pagamento di tributi o di imposte, per quanto numeroso esso sia, benché una percentuale assai forte delle «città» più importanti sia sorta storicamente da questi insediamenti o benché per molte di queste (le «città-principato») la produzione per una corte principesca continuasse spesso ad essere la fonte principale di guadagno degli abitanti. Altra caratteristica che deve coesistere perché si possa parlare di «città» è l’esistenza di uno scambio regolare e non solo occasionale di merci sul luogo dell’insediamento quale elemento essenziale del guadagno e dell’approvvigionamento degli abitanti: cioè l’esistenza del mercato. Però non tutti i «mercati» fanno dell’abitato, in cui hanno luogo, una «città». Le fiere periodiche ed i mercati per gli scambi con paesi lontani (fiere annuali), nei quali s’incontrano a data fissa commercianti che vi convengono per vendere le loro merci all’ingrosso e al minuto fra loro od ai consumatori, avevano spesso la loro sede in luoghi che noi chiamiamo «villaggi». Noi vogliamo parlare di «città» nel senso economico solo nei casi in cui la popolazione stabile, copre una parte economicamente essenziale del suo fabbisogno giornaliero sul mercato locale ed in particolare prevalentemente con prodotti che la popolazione locale e quella degli immediati dintorni ha fabbricato oppure acquistato per la vendita sul mercato. Ogni città nel senso qui usato è «luogo di mercato», ossia possiede un mercato locale quale centro economico dell’insediamento, sul quale, in seguito all’esistente specializzazione della produzione economica, anche la popolazione non cittadina copre il suo fabbisogno di prodotti industriali o di articoli commerciali o di entrambi contemporaneamente e sul quale naturalmente anche i cittadini stessi scambiano fra loro le specialità ed i prodotti occorrenti per il consumo delle loro aziende. È un fatto del tutto normale che la città abbia in origine centri economici dell’una e dell’altra specie – oikos e mercato – quando, presentandosi come una formazione distinta dal paese, sia tanto sede di signoria o di principato, quanto luogo di mercato; non di rado nella città, oltre al mercato locale, hanno luogo anche mercati interurbani ai quali intervengono commercianti che vi affluiscono da altri centri. Ma, nel senso qui usato della parola, la città è un insediamento mercantile.

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Nato a San Gimignano ha studiato arte e architettura a Firenze e quindi ha iniziato a lavorare come disegnatore nel 1980. Attraverso i suoi lavori rappresenta la vita che ci circonda, i suoi soggetti preferiti sono le figure umane e la natura. La sua ricerca è rivolta soprattutto a scoprire le relazioni tra forme, colori e textures. Le figure fissate in pose e atteggiamenti che ne individuano lo stato d’animo, suggeriscono la loro personalità attraverso un attento studio della composizione e del design della tavola; la natura nella sua varietà di alberi, fiori, cespugli, foglie è esplorata da vicino attraverso un processo di astrazione, come con un obiettivo per macro fotografia, per dare maggiore personalità alle composizioni. Le idee Ogni dipinto ha una sua storia e una sua personale gestazione. Tutto può contribuire alla scintilla iniziale, una foto, una frase, una musica. Prima di iniziare passa molto tempo pensando al design generale della nuova tavola, agli schemi di colori da utilizzare, a cosa mettere in evidenza e cosa lasciare in secondo piano. Generalmente prende molti appunti e schizzi, prova dei colori, ombreggiature, scompone il soggetto in porzioni che poi ricompone diversamente, schematizza varie soluzioni compositive. Tutto questo processo può durare giorni oppure settimane però quando è il momento di dipingere il lavoro viene giù filato senza ripensamenti. I materiali Opere su carta. Utilizza gli acquarelli su carta fatta a mano con stracci di cotone, è una carta bellissima, importata dall’India, pesante e rugosa, con una sua forte personalità che richiede molta attenzione ed esperienza per padroneggiarla. Opere su tela. Olii e acrilici permettono di lavorare in maniera analoga agli acquarelli su superfici diverse dalla carta e garantiscono grande libertà espressiva.

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